Intervista con: Riccardo Lorenzetti, parole libere di sport ed uomini

Quando si comincia a seguire lo sport? Secondo alcuni troppo tardi, vista la passione che mostrano quando guardano un pallone che rotola, un jab ben assestato, uno scatto su una rampa al 13% od un rovescio lungolinea a due mani che finisce all’incrocio delle righe. La parola passa dunque spontaneamente a Riccardo Lorenzetti che, attraverso i suoi racconti e libri, ha già saputo solleticare e far pensare le menti di sportivi che amano il gesto e l’uomo, non solo la Vittoria.

Quando e perché hai cominciato a scrivere di sport.

All’età di quando cominciano tutti. Che è, più o meno, quella della scuola elementare. Quando l’Album delle figurine Panini comincia a sembrarti infinitamente più interessante del sussidiario e la Domenica Sportiva, o 90 minuto hanno su di te la stessa presa della TV dei Ragazzi, o di SuperGulp. Parlo ovviamente degli anni 70, che per lo sport sono stati un periodo formidabile, oltreché molto educativo… Io, poi, avevo anche la fortuna di un babbo che faceva il presidente di una squadra di calcio dilettantistica. In pratica, la formazione vera e propria è cominciata ascoltando quelle storie lì. Giocatori buoni o scarsi, allenatori da prendere o da mandar via. Partite importanti e amichevoli da organizzare. Una palestra per allenare la passione e poi far maturare quella cultura sportiva che poi si perfeziona durante la crescita vera e propria.

Quando e come nasce l’idea di scrivere un libro di sport?

Dalle emozioni vissute durante l’evento o da un’analisi dell’uomo e della cultura sociale dietro il campione o la squadra. Da entrambe le cose. Soprattutto dalla magia che sprigiona un evento sportivo, o un personaggio, quando esso entra a far parte della cultura, se non proprio della storia. Il lato veramente interessante dello sport è questo, più del computo di vittorie e sconfitte delle quali sono pieni i giornali. Ed è un tratto che, se ben sviluppato, riesce a coinvolgere più e meglio del fatto statistico, come ben dimostra il successo di programmi come “Storie” su raitre e più nel dettaglio le magistrali interpretazioni di Federico Buffa, in Tv e a teatro. Saper cogliere quell’attimo nel quale lo sport diventa qualcosa di più di un evento ginnico, ed entra a far parte della storia se non della leggenda. E conseguentemente riesce a trasmettere alla gente un’emozione forte. Una specie di prisma dove si riflette la luce, che poi esce con sfumature multicolori. Ed allora apprezzi l’epopea di Coppi e Bartali, e capisci molto dell’Italia del dopoguerra. Ma anche il podio di Citta del Messico 68. La storia di Muhammad Ali, o di Jesse Owens, alle Olimpiadi organizzate da Hitler. Per arrivare al giro di campo di Francesco Totti, domenica scorsa. Che per i sentimenti che ha saputo smuovere, non so nemmeno se si possa definire semplicemente calcio.

La tua ultima opera sul Timao e Socrates ripercorre l’epoca storica di un paese noto alla maggioranza dei tifosi solo per il calciatori. Qual è stato il messaggio che hai voluto trasmettere con il libro.

Nessun messaggio, per carità. Semplicemente, una piccola testimonianza che andasse nella direzione di quanto appena detto. Che, in quel caso, assume una valenza del tutto particolare: come è particolare, d’altronde, il concetto che si ha del calcio, e dei suoi campioni, in un paese come il Brasile. E conseguentemente l’efficacia che esso abbia avuto per propagandare un messaggio. Che in quel caso era un messaggio sociale, di libertà e di giustizia. Mi sono divertito a disegnarci sopra una piccola favola del tutto inventata, con personaggi totalmente frutto della mia fantasia ma che doveva innestarsi dentro uno scenario che fosse effettivamente esistito. La cosiddetta “Democracia Corinthiana” ha avuto un effetto dirompente nella coscienza del Brasile di quegli anni, ed il lato interessante era proprio quello… Che a veicolare gli ideali della democrazia non fossero enciclopedie, o libri. Bensì un calciatore come Socrates (che era anche il capitano della Nazionale) e i suoi popolarissimi compagni di squadra. Ed un Club come il Corinthians, che è in Brasile una delle squadre più amate in assoluto.

Quanto è difficile, se ci riesci, scindere la passione per un atleta od una squadra nel momento in cui desideri scriverne o parlarne.

E’ molto facile, in realtà. Sia ne “La libertà è un colpo di tacco”, che ne “L’amore ai tempi di Mourinho”, parlo effettivamente di grandi personalità, per quanto diversissime tra di loro. Personalità soggioganti, capaci di esercitare una fascinazione immediata nel momento in cui ti appresti a scriverne. Ma va pur detto che io mi sono divertito a posizionarli sotto la luce di quel prisma del quale parlavo prima: li ho resi protagonisti inconsapevoli di una storia che li vedeva come protagonisti, ma che non li coinvolgeva direttamente. Il pericolo dell’immedesimazione eccessiva (una specie di Sindrome di Stoccolma, o qualcosa del genere) che può sfociare in qualcosa di fin troppo agiografico si ha quando ci si appresta ad una biografia, per esempio. Ma io preferisco concentrarmi sulle storie di vita che riguardano la gente di tutti i giorni, che vivono del riflesso delle gesta di questi lontani e famosi personaggi. Che colorano la storia, e gli danno spessore. Ma rimanendo sempre sullo sfondo.

Hai iniziato la carriera con la radio, quanto ti emoziona raccontare solo con le parole e quali difficoltà ti trovi ad affrontare.

La radio è una palestra meravigliosa per tutti quelli che amano comunicare qualcosa. Direi addirittura un passaggio obbligatorio, che serve a testare le effettive capacità divulgative di chi ha qualcosa da raccontare. La radio sa essere magica, ma oltremodo impegnativa; perché lì dentro non hai possibilità di bluffare. Sei solo con un microfono, il pubblico che ti ascolta e le tue emozioni che devi trasmettere. Senza la mediazione di immagini televisive che possono facilitarti nel compito. Un conto è parlare del Mondiale dell’82 mentre passa l’urlo di Tardelli, o l’abbraccio tra Bearzot e Pertini. Un conto è farlo servendosi solo delle parole, e rivolgendosi magari ad un ascoltatore che in quel momento sta guidando l’automobile, o ti segue distrattamente dal posto di lavoro. Quello è il banco di prova più difficile che esista. Il meno remunerativo, anche in termini di popolarità spicciola, ma anche il più esaltante. L’evento sportivo alla radio, infatti, si lascia sempre preferire. Sarà il retaggio delle tappe del Giro d’Italia, o di Tutto il calcio Minuto per Minuto con Ameri, Ciotti e gli altri negli anni di quando eravamo piccoli… Ma provate ad ascoltare una partita di calcio raccontata da un qualsiasi telecronista, anche il più bravo: e paragonatela a quella in radio di un Francesco Repice, per esempio. E lì si capisce la differenza

Immaginiamo uno stadio colmo e ribollente di tifosi, nel bel mezzo di un match importante: hai la bacchetta magica e puoi scegliere il ruolo da interpretare quel giorno, chi vorresti essere e perchè.

Non ho dubbi. Quello che al Novantesimo esatto segna il gol della vittoria su rovesciata, dopo una partita drammatica. Ma mi hanno già rubato l’idea… E’ il gol di Pelè in Fuga Per la Vittoria.

L’idea che un giorno potremmo trovarci tutti davanti alla tv a guardare un partita mentre gli stadi sono vuoti: un timore o pura fantasia?

Il problema non si pone. Perché quel giorno, se arriverà, vorrà dire che il calcio è stato svuotato di ogni contenuto ed interesse. E quindi, non sarà più vendibile al pubblico. Nel “pacchetto” complessivo di un prodotto, infatti, notiamo come il cosiddetto contorno abbia un’importanza decisiva, e faccia parte anch’esso dello spettacolo. Fino a diventarne addirittura la parte protagonista: come il derby di Genova, per esempio,che spesso si risolve in partite inguardabili ma con un tale sfavillio di colori e passione sugli spalti che ne fanno un evento imperdibile. O, se mi passate la “provocazione”, come il Palio di Siena: che sarebbe una normale corsa di cavalli, se non fosse per la città che vi sta dietro, che ne delira e lo fa diventare un qualcosa di unico e inimitabile. D’altronde gli anglosassoni, che questo tipo di marketing lo hanno inventato, hanno prima di tutto trovato il modo di riempirli, gli stadi. Perché il pacchetto che offrono deve corrispondere all’idea di una festa. Autentica, allegra e contagiosa: e sanno che non potrebbero mai sognarsi di vendere un prodotto triste e insulso come uno stadio semivuoto o, addirittura, con le poltroncine colorate per creare l’effetto-pubblico.

Potessi “costruire” una squadra composta da atleti, con libertà di spaziare in ogni sport, chi metteresti in campo ed in che ruolo? E chi sarebbe l’allenatore ideale?

Metterei campioni che hanno rappresentato qualcosa, sicuramente. Gente che ha saputo parlare al cuore del tifoso, ed ha saputo connotare un periodo della sua vita. O ha legato il suo nome ad un’impresa che poi è rimasta leggendaria… Una squadra ideale, molto alla rinfusa, comprenderebbe senz’altro il Mennea di Mosca 1980, per esempio. Ma anche il Coppi della Cuneo Pinerolo del 49. Dovremmo trovare posto a quasi tutta l’Olanda dei Mondiali in Germania, a Gigi Riva e a Gianni Rivera. A quegli allenatori inglesi vecchio stile, come Matt Busby, Bob Paisley o anche Brian Clough: degli ultimi, Mourinho sicuramente. E prima di lui, Bielsa. In campo anche Socrates, naturalmente. Che vedrei molto bene insieme a Cantona. Ma è ovvio che lista sarebbe lunghissima.

L’autore

Riccardo LORENZETTI nasce nel 1966. Come Eric Cantona, al quale ha la pretesa di assomigliare, anche fisicamente. Dopo una ventennale esperienza tra radio, giornali e soprattutto televisione, dove ha ideato e condotto trasmissioni dal titolo originale e di successo, sono usciti i suoi Romanzi (L’ANNO CHE SI VIDE IL MONDIALE AL MAXISCHERMO – 2012 Betti Editrice) – (LA LIBERTA’ E’ UN COLPO DI TACCO – 2014 Curcio Editore) e L’AMORE AI TEMPI DI MOURINHO (2016 – Urbone Editore).

Vive in paese e, purtroppo, non ha mai sognato la città.

Ama la Sampdoria ma sospira quando ripensa alla grande Olanda.
Predilige la musica d’autore italiana ma considera capolavori assoluti i primi tre album di Bruce Springsteen. Ama il cinema italiano ma farebbe una statua equestre a chi ha scritto i dialoghi di “Caccia a Ottobre Rosso” e “Harry ti presento Sally”.

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