Giorgio Comaschi: il calcio è il rebus della Domenica

A tu per tu con Giorgio Comaschi, autore di Il calcio? E’ roba da ridere, come ultima opera letteraria, oltre ad essere giornalista, conduttore televisivo e attore. Per Barcalcio ha voluto concedere questa breve intervista, rispondendo semplice e lineare, con il sorriso sulla bocca, come si confà ad un uomo di spettacolo che apprezza il calcio e lo tratta per quello che è, un semplice gioco la cui drammaticità non gli appartiene se non nelle parole.

Quanto la comicità l’ha aiutata nella vita di tutti i giorni?

L’istinto a sdrammatizzare uno ce l’ha o no ce l’ha. Fortunatamente io ce l’ho e allora il buttarla in ridere, il fare un sorriso, lo scherzare su qualsiasi cosa è fondamentale. Con un sorriso si smonta quasi tutto.

Un suo particolare rimpianto (se lo ha) legato al mondo del calcio.

Che se avessi avuto il fisico forse sarei diventato un buon giocatore. Bravo con la palla, bravo a far gol ma troppo lento per la mia statura e sempre timoroso di prendere botte o ricevere minacce di morte dal terzino.

Se potesse diventare invisibile, dove le piacerebbe trovarsi durante una partita di calcio, in quale ruolo (giornalista, calciatore, allenatore, etc)

Di fianco al portiere. Per vedere la partita da lì, per capire la sua drammatica solitudine, per vedere come fa a calcolare la traiettoria di un corner, per suggerirgli se uscire o stare in porta.

A quale comico si è ispirato durante il suo percorso artistico e perchè?

Non ho mai amato la comicità di battuta, ma quella di situazione. Per me i maestri sono stati Giorgio Bracardi e Mario Marenco, surreali e completamente folli. Alto Gradimento lo ascolto ancora adesso, ho dei podcast, lo trovo di un’attualità pazzesca, forse è addirittura ancora avanti. Poi rido pochissimo, Mi fanno ridere Ciprì e Maresco nel cinema. E anche Checco Zalone ha una sua pazzia che mi diverte.

Quali sono i progetti futuri artistici e non solo.

Il primo progetto futuro è andare a letto alla sera contento di aver fatto qualcosa di bello durante la giornata, di qualsiasi tipo. Poi porto in giro i miei spettacoli teatrali, anche quelli vecchi. Adesso sto scrivendo uno spettacolo che si chiama “I Magnifici 7 e  mezzo”, dedicato ai grandi bomber della storia del Bologna, più mezzo, cioè Baggio che non era propriamente bomber ma era Baggio.

Bologna è la sua città: cosa le piace di più e che apprezza ancora oggi. Cosa invece cambierebbe con la bacchetta magica se potesse.

Bologna è un gran posto. La qualità del vivere e i ritmi sono unici. Infatti gli studenti o chi ci viene a lavorare poi non se ne va più. Si vive nel paesone ma nello stesso tempo nella grande città. A piedi giri il centro e vai dappertutto in un quarto d’ora. E’ come se ci fosse uno al mixer dei tempi che ha abbassato i cursori per evitare le frenesie. Se avessi la bacchetta magica la userei per mantenere la cultura del bar, da cui nasce tutta la creatività della città da anni. I benefici del “cazzeggio”, apparentemente inutile e sterile. Oggi però i bar sono troppo spesso gestiti da cinesi.

Una domanda culinaria, argomento che va di moda negli ultimi tempi: da buon bolognese sa cucinare i tortellini?

Non li so cucinare. Ma mi fanno ridere quei bolognesi che fanno i soloni e dicono che esistono esclusivamente in brodo. Sennò è delitto, è blasfemia, Balle. Alla panna sono buonissimi, poche storie. Se il tortellino è buono lo puoi mangiare come vuoi, anche al ragù.

Il calcio è poesia, thriller, tragedia o semplicemente un rebus da risolvere ogni domenica?

Prendo in prestito una frase di Rafa Benitez: “Il calcio es una mentira”. E’ una bugia, una menzogna. Sì, è un rebus da risolvere e una storia drammatica ogni domenica. Però stanno cercando di rovinarlo, di allontanare la gente dallo stadio perché hanno tolto pian piano tutto il suo rituale storico, i numeri delle maglie, i ruoli, le regole. Volevano migliorarlo, con la Var e altre robacce simili, ma l’hanno molto peggiorato. E stanno continuando a farlo con demenza chirurgica.

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