Il 2 ottobre 1988, nella maratona olimpica di Seul, Gelindo Bordin vinse l’oro davanti al keniano Douglas Wakiihuri. Fu una vittoria costruita nella sofferenza, nell’intelligenza tattica e in un finale che trasformò un atleta veneto in un’icona nazionale.
Indice
Una maratona nel caldo coreano
La gara olimpica di Seul si corse in condizioni tutt’altro che semplici: caldo, umidità e un percorso che non concedeva tregua. Bordin, allora trentenne, non era un outsider assoluto: aveva già conquistato il bronzo europeo nel 1986 e, soprattutto, aveva vinto la maratona di Boston nel 1987. Ma l’Olimpiade è un’altra cosa: è la corsa in cui una crisi può cancellare quattro anni di lavoro.
Per lunghi tratti il riferimento fu Douglas Wakiihuri, campione del mondo in carica e figura dominante della maratona internazionale. Il keniano impose ritmo e selezione, ma Bordin rimase agganciato alla gara senza inseguire gesti spettacolari. Il suo era un atletismo di economia: passo controllato, attenzione alle energie, fiducia nella tenuta mentale.
Il momento in cui cambia tutto
Nella seconda parte della corsa, Bordin trovò la forza per allungare. Wakiihuri non crollò: resistette, rimase competitivo, chiuse a soli 15 secondi. Ma quel margine bastò a consegnare all’italiano l’oro in 2 ore, 10 minuti e 32 secondi.
Non fu la classica maratona risolta da un attacco precoce e irresistibile. Fu, piuttosto, la dimostrazione che nei 42 chilometri la lucidità vale quanto la velocità. Bordin corse per vincere quando contava davvero, senza bruciare la gara nei primi trenta chilometri e senza lasciarsi intimidire dal prestigio dell’avversario.
L’Italia della resistenza
Quel trionfo ha un posto speciale nella memoria sportiva italiana perché arrivava da una disciplina apparentemente individuale, ma profondamente collettiva. Dietro un maratoneta ci sono tecnici, allenamenti, medici, società sportive, famiglie e una cultura della fatica che in Italia ha radici profonde.
Bordin rappresentava anche un modello poco patinato. Non aveva il fisico monumentale dell’eroe da manifesto né l’aura della star globale: aveva il volto e la postura di chi sa stare dentro una gara lunga. Proprio per questo il suo successo colpì tanto. Era un campione riconoscibile, vicino, quasi “normale” nella sua dedizione quotidiana.
La medaglia di Seul fu inoltre una risposta alla tradizione italiana della maratona. Dopo i fasti di Abebe Bikila, Frank Shorter, Waldemar Cierpinski e degli altri grandi vincitori olimpici, l’Italia ritrovava il vertice grazie a un atleta capace di trasformare la regolarità in arma agonistica.
Un oro che non invecchia
A distanza di decenni, la vittoria di Bordin conserva una forza editoriale rara: racconta che lo sport non premia sempre chi parte più forte o chi fa più rumore. Talvolta vince chi legge meglio il momento, accetta la fatica e non perde il contatto con il proprio piano.
Il 2 ottobre 1988 non fu soltanto il giorno di una medaglia. Fu il giorno in cui la maratona italiana tornò a occupare il centro del mondo olimpico, con un atleta che fece della pazienza una forma di coraggio. Nella stessa giornata olimpica, a Seul, Lennox Lewis conquistò l’oro dei pesi supermassimi e Mark Todd quello nel completo di equitazione: ma, per l’Italia, il volto della domenica fu quello di Bordin all’arrivo.
Per approfondire
- Libro: La maratona di Hal Higdon, utile per comprendere la preparazione fisica e mentale richiesta dalla distanza.
- Libro: Born to Run di Christopher McDougall, un viaggio narrativo nel significato culturale e umano della corsa di lunga distanza.
- Film: Marathon Man di John Schlesinger, non sportivo in senso stretto ma emblematico nell’immaginario legato alla corsa e alla resistenza.
- Documentario: Spirit of the Marathon, per entrare nella dimensione emotiva, tattica e collettiva di una maratona.