Frasi famose di Pietro Mennea

Avrei potuto ribattere il mio record dopo Mosca, valevo 19″60, me lo confermò lui, cronometro alla mano, ma credeva che ne sarei stato troppo appagato.

Lo sport insegna che per la vittoria non basta il talento, ci vuole il lavoro e il sacrificio quotidiano. Nello sport come nella vita.

Adesso starò altri due mesi in Australia, non mi immischio più, io sono sempre stato contro il doping e ora voglio solo, in pace, tentare l’ennesima sfida. Con il solo aiuto del lavoro e del cervello. Come ho sempre fatto, per vent’anni, benché qualche mascalzone abbia sostenuto il contrario. Ma io sono abituato, io sono contento così e così vado avanti. Perché sono curioso, malgrado qualche filo bianco di troppo sui capelli.

Di mascalzoni ce ne sono, di gente che parla e non sa quello che dice anche troppa; qualcuno ha provato a buttare fango su di me perché magari poteva sembrare divertente, quando sono rientrato, distruggere un mito, ma il mio mito rimane solido, lo dimostra la mia longevità, quello che ho fatto nel passato. Io sono qui perché mi piace far vedere alla gente che un atleta può durare anche vent’ anni nella velocità, quando altri, per motivi svariati, scoppiano nell’ arco di tre o quattro stagioni.

[Sul mondo del calcio] È fatto di unità lavorative scadenti, dove ognuno pensa di fregare l’altro, dove non si parla di responsabilità sociale. E dove i campioni non capiscono che fare delle cose eccezionali nello sport non ti dà diritti speciali o privilegi nella vita.

[Riferendosi a José Mourinho nell’aprile del 2010, dopo la semifinale di Champions League, Barcellona-Inter] È stato un galantuomo. Ha voluto ringraziarmi di persona. Mi ha raccontato la storia del libro, della sua passione per lo sport. Ci siamo scambiati i numeri di cellulare. Gli ho spedito un sms subito dopo la vittoria di Londra. Così è stato anche a Mosca. E poi un altro sms l’altra sera. Mourinho mi ha fatto diventare tifoso dell’Inter. Da bambino ero della Juve, come tutti i meridionali, ma quei dirigenti che hanno trascinato la Juve nel fango mi hanno disamorato. Ora seguo l’Inter e Mourinho. Voglio andare a Madrid, per la finale. Voglio vederlo ancora con il dito indice alzato verso il cielo.

Ero gracile e sentii Vittori dire a Franco Mascolo: “Questo deve prima magnà qualche bistecca, poi se ne riparla”.

Gli atleti sono l’ultima ruota del carro, fanno già moltissimo. È il Paese a essere vecchio.

Il doping è una scorciatoia per arrivare al successo, ma tanti atleti che correvano con me non ci sono più. Si tratta senza dubbio di morti sospette. Che devono far riflettere.

Il nostro carattere è come un diamante, è una pietra durissima ma ha un punto di rottura.

Io devo prendermela con qualcuno per ottenere risultati.

Io mi sono allenato per 20 anni, ho avuto una carriera lunghissima come velocista, ma non mi sono mai neanche strappato. Invece, se avessi fatto uso di steroidi anabolizzanti, mi sarei strappato chissà quante volte. Lo sport deve rimanere l’ultimo baluardo del tessuto sociale per quanto riguarda il rispetto delle regole. Insomma, tra gli atleti deve vincere il più bravo, non il più furbo.

Io non credo nella predestinazione. I risultati si ottengono solo con molto lavoro. Nella mia carriera sportiva mi sono allenato 5-6 ore al giorno, tutti i giorni, per 365 giorni l’anno, tra gare e allenamenti, per quasi venti anni.

Io sono in cammino. Troppi atleti crollano come individui quando si ritirano. Un trauma pazzesco. Invece lo sport non è stato il traguardo della mia vita, solo un momento di passaggio.

L’Italia non mi ha dato spazio. Qui c’è una mentalità piena di invidia e di gelosie per chi con merito sale in alto. Nessuno usa il successo altrui come vanto di tutti. All’estero i campioni sono protetti e tutelati, qui gettati in pasto. A Sestriere hanno spianato una montagna per fare una pista dove poter battere il mio record. Hanno invitato Michael Johnson e messo in palio una Ferrari, poi mi hanno chiamato per il passaggio di consegne. Ho chiesto: se Johnson non mi batte, la Ferrari la date a me? Dopo due minuti di silenzio hanno risposto no. Allora non sono andato.
La gente mi vuole bene, me l’ha sempre voluto, forse perché il mio modo di interpretare l’atletica è assolutamente puro.

Lo sport è bello perché non è sufficiente l’abito. Chiunque può provarci.

Lo sport insegna che per la vittoria non basta il talento, ci vuole il lavoro e il sacrificio quotidiano. Nello sport come nella vita.

Mi hanno spesso dipinto come presuntuoso, arrogante, antipatico. Quando rifiutavo un invito alla Domenica Sportiva perché la mattina dopo dovevo studiare, oppure rifiutavo di raccontare per la millesima volta il record del mondo o la vittoria alle Olimpiadi di Mosca. Mennea ha sempre corso per dimostrare che valeva qualcosa, non per raccontarlo in giro.

Nello sport gli obiettivi importanti non possono essere tanti e in fila l’uno con l’altro. Bisogna scegliere e io avevo scelto il Messico.

Non ci sono dubbi: il miglior è Usain. È l’unico sprinter della storia ad aver fatto l’accoppiata nella velocità in due Olimpiadi diverse e tanto basta per garantirgli il gradino più alto della storia della velocità. È il più grande velocista di tutti i tempi. Se continuerà ad avere le stesse motivazioni penso che Bolt potrà esserci anche a Rio, dove magari potrebbe cimentarsi nei 200 e 400, una doppietta riuscita solo a Michael Johnson. È l’unico atleta al mondo in grado di poter abbattere il muro dei 19 secondi: per riuscirci però saranno necessari fame e concentrazione.

Purtroppo il doping è diventato un grande business in mano alla criminalità organizzata, dato che viene commerciato in un mercato nero. Che è più lucrativo di quello degli stupefacenti. Sì, perché il grosso del mercato del doping lo troviamo tra gli amatori che affollano le palestre. Mi batto da anni per una legge penale comunitaria che funzioni da deterrente riguardo all’uso di simili sostanze. Oggi in Europa solo cinque stati hanno una legge simile. E io avevo lottato affinché fosse estesa a tutta l’Unione Europea.

Quasi tutti i miei record sono venuti dopo grosse arrabbiature.

Quel 28 Luglio 1980 [Olimpiadi di Mosca] alle ore 20.10 ho coronato il mio sogno da sportivo, con rabbia e determinazione.

Sono un uomo che non si sente mai arrivato, sono sempre pronto a ripartire dai blocchi.

Un giorno si avvicina Gianni Brera e mi tocca il cranio. Poi dice: “Mennea, i suoi avi venivano certamente dalla Mesopotamia”.

Davide Bernasconi

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