Frasi famose di Paolo Montero

Paolo Montero, un guerriero prima di essere un calciatore. Duro, aggressivo, pronto a morire sul campo come fosse la guerra, figlio di un calciatore, ha saputo costruirsi una carriera professionistica importante grazie al sacrificio ed alla dedizione, senza mai indietreggiare di un centimetro di fronte all’avversario.

Dopo essersi fatto conoscere in Italia con la maglia dell’Atalanta, il passaggio alla Juventus nell’epoca d’oro dei bianconeri, lo ha reso uno dei difensori più forti della Serie A e d’Europa.

Unico cruccio? Aver perso ben finali di Champions League con i bianconeri.



Frasi famose di Paolo Montero

Al termine degli incontri con qualche squadra, andavamo sempre nello spogliatoio avversario per cercare la rissa. Una volta ho litigato con Toldo e poi lui, che è molto più grosso di me, mi ha tirato un pugno. Per fortuna non mi ha colpito perché mi sono abbassato, quindi io gliene ho tirato un altro, però non l’ho preso neanche. Alla fine sono venuti Davids, Tudor, Iuliano, tutti, ma non c’è stato nessun problema, succedeva sempre con tante squadre, cose così. Con la Salernitana quando giocava Gattuso. Con il Milan invece c’era il massimo rispetto, non abbiamo mai discusso.

Alla Juventus il risultato arriva prima di ogni altra cosa; l’obiettivo è quello di vincere, sempre!

Ci sono calciatori che sul terreno di gioco ne combinano di tutti i colori e poi, al di fuori, sono corretti. Per me conta la lealtà nella vita. E io sono leale.

[«Che cos’è la Juventus per Paolo Montero?»] È una scuola, ti insegna a vivere, a comportarti e a dare importanza ai giusti valori. Insomma, per me è stata una vera famiglia.



[Su Gianluca Pessotto] Fra noi c’è sempre stato un rapporto molto stretto. Nello spogliatoio della Juventus era uno che mi criticava parlandomi in faccia. Quando sbagliavo, quando magari avevo esagerato, lui si alzava in piedi e mi spiegava chiaramente. Così intendo l’amicizia: chiarezza e sincerità. Infatti da Gianluca ho sempre accettato qualunque critica.

[Su Pavel Nedvěd] Il più grande professionista mai conosciuto. Un giorno sento una sua intervista in cui racconta che la mattina, a casa, va sempre a correre prima di venire all’allenamento. Non ci credo e il giorno dopo lo prendo in disparte: “Pavel, mica sarà vero quello che hai detto”… Resto senza parole: è proprio così. Si svegliava, correva da solo e poi nel pomeriggio si allenava. E arrivava sempre davanti a tutti noi!!

Io non critico chi simula, perché il calcio è dei furbi. […] In campo si va soltanto per vincere, non c’è nulla di male a usare l’inganno per riuscirci. Lo dice un difensore che ogni domenica è alle prese con attaccanti che ci provano a ingannare l’arbitro. Sono bravi. […] Nel passato succedevano cose ben peggiori, però non avevano la risonanza di oggi. Colpa della moviola, delle tante telecamere che riprendono ogni partita da ogni angolazione. […] A me la moviola non piace.


Io non ho mai commesso falli cattivi, le mie reazioni sono istintive. Del resto sono latino […]. E per i latini il calcio è anche furbizia.

Io non ho mai fatto niente per accreditare la mia fama di duro, nulla neanche per smentirla. I miei amici mi conoscono, agli altri non credo di dover dimostrare niente. Nella mia carriera ho sempre cercato di dare il massimo sul campo e di stare alla larga da tutto il resto.

Non m’importa esser un esempio di lealtà in campo: voglio esserlo nella vita. Quando gioco, m’interessa solo vincere. In ogni modo: il calcio è dei furbi.

O passa la palla, o passa la gamba: entrambe no.

Sono diventato juventino il primo giorno che sono arrivato a Torino, quando mi sono reso conto quanto la Juventus fosse odiata dal resto delle tifoserie d’Italia. Il loro odio io l’ho trasformato in amore per la Juventus. Contro tutto e tutti. Quella maglia era una corazza

Sono fatto così, ma non dite che sono cattivo, questo lo possono dire solamente i miei genitori. Il fatto è che gioco sempre per vincere; negli spogliatoi stringo la mano agli avversari, certo, ma in campo nessuna concessione.

Il rischio è anche adrenalina. Dove preferisci morire in guerra te, in prima fila o in terza fila? Io in prima fila.



[Sulla sua idea di calcio] Per prima cosa voglio che i miei giocatori stiano nella metà campo avversaria; secondo, voglio che sappiano fare bene le marcature preventive; terzo, devono sapere passare la palla ai compagni. E poi, ovviamente, devono sapere metterla in porta. Tutto qua, non è difficile. La cosa più complicata è il difendere, soprattutto quando giochi contro squadre più forti di te; in quel caso devi essere umile e studiare strategicamente come gestire la partita. Il calcio non è difficile, quello que pasa (che succede, nda) è che spesso si tende a complicare le cose.

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