Seul, sesto giorno dei Giochi della XXIV Olimpiade, i primi disputati quasi interamente a settembre. Mentre il mondo guardava la piscina, in un parco della capitale coreana si consumava una delle beffe più dolorose dello sport olimpico italiano.
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Il pentathlon, lo sport che l’Italia aveva conquistato
Il pentathlon moderno arrivava a Seul come territorio azzurro. L’Italia era campione olimpica in carica a squadre dopo Los Angeles 1984 e campione del mondo nel 1986; di fronte, l’Ungheria, iridata nel 1987 e vincitrice della prova a squadre nove volte, deteneva il monopolio storico della disciplina.
Il trio azzurro era di altissimo livello: Daniele Masala, oro individuale a Los Angeles, Carlo Massullo e Gianluca Tiberti. La gara a squadre si sviluppò dal 18 al 22 settembre, sommando i punteggi individuali delle cinque prove: equitazione, scherma, nuoto, tiro e corsa campestre.
Quattro prove, un vantaggio da difendere
L’Ungheria prese il comando dopo la scherma, dove gli azzurri chiusero soltanto ottavi, e restò davanti anche dopo il nuoto. Ma l’Italia ribaltò tutto al tiro, la prova dominata con il miglior punteggio assoluto: 3.110 punti. Dopo quattro prove, gli azzurri erano in testa con 24 punti di vantaggio.
Restava la corsa campestre. Il margine era sottile, ma il pentathlon vive di nervi: bastava non crollare.
Il crollo nella corsa campestre
Gli ungheresi vinsero la prova conclusiva con quasi 200 punti di scarto sulla seconda squadra, mentre l’Italia si classificò soltanto settima. Il risultato finale fu Ungheria 15.886, Italia 15.571: oro magiaro con oltre 300 punti di margine, argento azzurro, bronzo alla Gran Bretagna davanti a Francia e Unione Sovietica.
Nel concorso individuale, concluso il giorno prima, il podio aveva già raccontato lo stesso equilibrio spezzato: oro a János Martinek, argento a Carlo Massullo, bronzo al sovietico Vakhtang Iagorashvili, con Masala sesto e Tiberti dodicesimo. Due argenti pesantissimi, il sapore di un ciclo che si chiudeva.
Nella stessa giornata, la piscina scriveva la storia
Il 22 settembre 1988 fu anche una delle serate più ricche del nuoto olimpico. Matt Biondi, statunitense di origini genovesi, conquistò il suo primo oro individuale nei 100 metri stile libero in 48″63, nuovo record olimpico, quarta medaglia di quei Giochi lungo la strada che lo avrebbe portato a cinque titoli.
Nella stessa sessione, la diciassettenne Janet Evans vinse i 400 stile libero in 4’03″85, migliorando il proprio record del mondo: un tempo che resistette fino al 2006. Completavano il programma l’oro di Kristin Otto nei 100 dorso — tappa verso le sue sei vittorie, record femminile per una singola Olimpiade — quello della Germania Est nella 4×100 stile libero e quello del sovietico Igor Polyansky nei 200 dorso.
Un’Olimpiade già segnata dal doping
Proprio in quelle ore emergeva l’altro volto di Seul. Il bulgaro Mitko Grablev, oro nei 56 kg del sollevamento pesi, fu il primo medagliato dei Giochi a perdere il titolo per positività al controllo antidoping (The New York Times). Due giorni dopo sarebbe arrivata la finale dei 100 metri di Ben Johnson, e la storia dello sport moderno avrebbe cambiato definitivamente tono.
Perché quel 22 settembre resta attuale
La sconfitta azzurra nel pentathlon non fu un episodio marginale: fu il passaggio del testimone in una disciplina in cui l’Italia era stata riferimento mondiale. Un vantaggio di 24 punti svanito nella prova finale spiega meglio di qualsiasi teoria cosa significhi competere in uno sport a cinque discipline, dove la costanza vale più del talento specialistico.
Per approfondire
- Libro: Storia delle Olimpiadi di Gianni Romeo e Giorgio Viberti, utile per collocare Seul nel passaggio tra dilettantismo e sport-spettacolo.
- Documentario: 9.79* della serie ESPN 30 for 30, sul contesto antidoping dei Giochi coreani.
- Archivio video: le sessioni di nuoto di Seul 1988 sul canale ufficiale dell’Olympic Channel, per rivedere le gare di Biondi, Evans e Otto.